ETIKA I

SAN FRANCESCO

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5.7.2002

12F426

DE LA CONVERSIONE DE LI LATRONI CONVERTITI PER SAN FRANCESCO

I Fioretti, cap. XXVI, da un codice della Biblioteca Reale di Torino a cura del P. Francesco Sarri dei Minori, Vallecchi Editore, Firenze, 1926

CAP. XXVI.

San Francesco andando una volta per lo distretto del Borgo al Santo Sepolcro (citta della Valle Tiberina), e passando per uno castello lo quale si chiamava Monte Casale (distante da Borgo San Sepolcro un sette miglia circa)  venne a lui uno giovane nobile molto e delicato (era questi Angelo dei conti Tarlati di Pietramala, la cui conversione viene datata all'anno 1213) e dissegli:

« Padre, io vorrei molto volentieri esser dei vostri frati».

Risponde san Francesco:

« Figliuolo, tu se' giovane, delicato e nobile; forse che tu non potresti sostenere la povertà e l'asprezza nostra».

Ed ello:

« Padre, non sete voi uomini com'io? Donqua come la sostenete voi, così potrò io con la grazia di Cristo».

Piacque molto a san Francesco quella risposta; di che benedicendolo, immantinente lo ricevette all'Ordine e si gli mise nome frate Angelo. E portossi questo giovane si graziosamente (con tanta grazia di Dio), che di là a poco tempo san Francesco el fece guardiano nel luogo del detto Monte Casale (fu appunto in questo suo viaggio che fondò il Convento di Monte Casale).

 

In quel tempo usavano in quella contrada tre nominati (famigerati) ladroni, i quali facevano molti mali in quella contrada; i quali venneno un dì al ditto luogo de' frati e pregavano el detto frate Angelo guardiano che a lor desse da mangiare. E il guardiano risponde a loro in questo modo, reprendendogli aspramente :

« Voi, ladroni e crudeli omicidi, non vi vergognate di rubare le fatiche d'altrui, ma eziandio, come presuntuosi e sfacciati, volete disfar e divorar le limosine che sono mandate a' servi di Dio, che non sete pur degni che la terra vi  sostenga, però che voi non avete niuna riverenzia nè a uomini nè a Dio che vi creò : andate dunque pe' fatti vostri, e qui non apparite più».

Di che coloro turbati si partirono a quello disdegno.

Ed ecco san Francesco tornar di fuora colla tasca del pane e con un vasello di vino, che ello col suo compagno aviano accattato; e recitandogli el guardiano com'ello avea cacciati via coloro, udendo questo san Francesco molto lo riprese, dicendo che ello s'era portato crudelmente,

« imperò che i peccatori si riducono meglio a Dio con dolcezza che con crudeli riprensioni. Onde il nostro maestro Cristo, el cui evangelio noi abbiamo promesso di osservare, dice che non e bisogno a' sani el medico ma sì alli infermi, e che non era venuto a chiamare li giusti ma i peccatori à penitenzia (cfr. in S. MATT., IX, 12-13; MARC., II, Luc., V 30-32.) ; e però ello spesse volte mangiava con loro. Con ciò sia cosa che adonca che tu abbi fatto contra la carità e contra il santo evangelo di Cristo, io ti comando per santa obbedienza che immantinente tu prenda questa tasca del pane ch'io ha accattato e questo vasello di vino; e sì ne va' dietro a lor sollecitamente per monti e per valli, tanto che tu li trovi, e presenta loro tutto questo pane e questo vino da parte mia; e poi te inginocchia dinanzi a loro e di' loro umilmente tua colpa della tua crudeltà; e poi li prega da mia parte che elli non facciano più male, ma temano Iddio e non offendano il prossimo; e se elli faranno questo, io prometto a loro di provvederli delle lor bisogne, e di dar loro continuamente da mangiare e da bere. E quando tu avrai detto questo a loro umilemente, ritornati qua».
(Anche il nostro Cod. con gli altri ha umilemente all'ultimo posto nel periodo. Abbiamo però creduto bene seguire nella nostra trasposizione il testo dei Fioretti curato dal P. Bughetti per l' editore Salani, Firenze, 1926, perché realmente più fedele alla redazione latina degli Actus (cap. 29, pag. 99).

 

Mentre che 'l guardiano andò a fare il comandamento di san Francesco, ello si mise in orazione, e pregava Iddio che morbidasse i cuori di quelli ladroni e li convertisse a penitenzia.

Giunse a loro l'ubbidiente guardiano, e presenta loro el pane e 'l vino, e fa e dice ciò che san Francesco gli ha comandato. E come piacque a Dio, mangiando questi ladroni la limosina di san Francesco, cominciarono a dire insieme:

Guai a noi, miseri disventurati! Come dure pene dello inferno ci aspettiamo, i quali andiamo non solamente rubando i prossimi e battendo e feriendo, ma eziandio uccidendo; e nientedimeno di tanti mali e così scellerate cose, come noi facciamo, non abbiamo noi niuno rimordimento di coscienzia nè timor di Dio !  Ed ecco questo frate santo, ch'è qui venuto a noi, per parecchie (alquanto) parole che ci disse giustamente per la nostra propria malizia, n'ha detto umilmente sua colpa, e oltra ciò si ci ha recato il pane e 'l vino e così liberal promessa del santo padre. Veramente questi frati sono santi di Dio, i quali meritano paradiso, e noi siamo figliuoli della eterna perdizione, i quali meritiamo le pene dello inferno, e ogni dì accresciamo la nostra perdizione, e non sapemo se de' peccati che noi abbiamo fatti infino a qui noi potremo trovare misericordia da Dio ».

Queste e simiglianti parole dicendo l'uno di loro, dissero gli altri due:

« Per certo tu dici vero; ma ecco, che dobbiamo noi fare? »

“ Andiamo, disse costui, a san Francesco, e se lui ne darà speranza che noi possiamo trovare misericordia da Dio dei nostri peccati facemo ciò che comanda, e così potremo liberare li nostri animi dalle pene dello inferno».

Piacque questo consiglio agli altri; e così tutti tre accordati se ne vengono in fretta a san Francesco, e dissen gli così:

« Padre, noi per molti e scellerati peccati, che noi abbiamo fatti, non crediamo poter trovar misericordia da Dio; ma, se tu hai niuna (alcuna) speranza che Iddio ne riceva a misericordia, ecco che noi siamo apparecchiati a fare ciò che tu ci dirai e di far penitenzia con te».

 

Allora san Francesco ricevendogli caritativamente e con benignità, si lo confortò con molti esempli, e diè a lor certa speranza della misericordia di Dio, e, promise a loro di certo d'accattarla a loro da Dio, mostrando a loro come la misericordia di Dio è infinita; e se noi avessemo infiniti peccati, ancor la divina misericordia e maggiore, e che, secondo il Vangelio (GIOV., VI, 37.) e l'apostolo Paulo, Cristo benedetto venne in terra per ricomprare i peccatori (Gal., III, 13; Timot., I, 15; Tito, II, 14.)

Per le quali parole e simiglianti ammaestramenti, i detti tre ladroni renunziarono al mondo (altri testi, i più, per non dir tutti, hanno rinunziarono al demonio e alle sue operazioni. Abbiamo accettato la lezione del nostro ms. perché è conforme al testo latino. Actus (cap. cit., pag. 100, n. 27)  e san Francesco gli ricevette all'Ordine, e cominciarono a fare gran penitenzia; e due dei ladroni dopo la loro conversione poco vivettero e si se ne andarono al Paradiso. Ma il terzo sopravvivendo e ripensando i suoi peccati, si  diè a far tal penitenzia, che per quindici anni compiti, eccetto le quaresime comuni le quali el faceva cogli altri frati, d'altro tempo sempre tre dì della settimana digiunava in pane e in acqua, e, andando sempre scalzo con una sola tonica indosso, mai non dormiva dopo el Matutino.

In fra questo tempo san Francesco passo di questa misera vita. Avendo adunque costui per molti anni continuata cotal penitenzia, ecco una notte dopo el Matutino gli venne tanta tentazione di sonno, che per nessun modo ello poteva resistere al sonno e vegghiare come soleva. Finalmente, non potendo ello in star ad orazione, andossene in sul letto per dormire; e subito com'ello ebbe messo el capo giù, el fu preso e menato in ispirito

in suso uno monte altissimo al quale vi era (il quale aveva)  tra i sassi una ripa profondissima, e di qua e di là vi era sassi spezzati e scheggiosi e scogli crudissimi, i quali erano tra i sassi che uscivano fuora; di che, infra questa ripa (all´ingiù di questa ripa)  era pauroso aspetto a voler raguardare. E l' Angelo che menava questo frate sì lo spinse e sì lo gittò giù di quella ripa, el quale, trabalzando e perforando di scoglio in scoglio e di sasso in sasso, alla perfine giunse al profondo di questa ripa tutto smembrato e minuzzato secondo ch'a lui pareva. E giacendosi così malconcio in terra, dice colui che 'l menava:

« Leva su, chel te conviene
(è necessario. Anche Virgilio, nel canto primo dell' Inferno di DANTE, dirà a questo, in una circostanza analoga e con somigliante frase: a te convien tenere altro viaggio. Del resto, in più luoghi questa visione dei Fioretti  ricorda il Poema dantesco, rientrando così nel ciclo delle tante visioni d'oltretomba così divulgate nel Medio Evo.)
ancora far gran cammino».

Risponde el frate:

« Tu mi pari indiscreto e crudele uomo, che tu mi vedi per morire della caduta, che m'ha così spezzato, e sì me di' leva su ! »

E l' Angelo s'accosta a lui, e toccandolo gli saldò perfettamente tutti i membri e sanollo. E poi sì gli mostra una gran pianura piena di pietre aguzzate e taglienti e di spine e  di triboli, e sì gli dice che per tutto questo piano gli conviene passare a piè nudi, infin che ello giunga alla fine, nel quale ello vedea una fornace ardente, nella qual ello convenia intrare.

Avendo el frate passato tutta quella pianura con grande angoscia e pena, l' Angelo gli dice:

« Entra in questa fornace, imperò che così ti convien fare.»

Risponde costui :

« Oimè, quanto mi se' crudele guidatore, che mi vedi essere presso che morto per questa angosciosa pianura, e mo per riposo mi di' ch'io entri in questa fornace ardente».

E reguardando costui, e' vide intorno alla fornace molti demoni colle forche di ferro in mano, colle quale costui, perchè ello indugiava d'intrare, si lo spinse dentro subitamente.

Entrato che fu nella fornace, raguardando vide uno suo compare, el quale era stato usuraro, el quale ardeva tutto quanto. E costui il domanda:

« O compare disventurato, come venisti tu qua?»

Ed ello rispose:

« Va' un poco più innanzi e troverai la moglie mia, tua comare, la quale ti dira la cagione della nostra dannazione ».

Andando il frate piu oltra, ecco apparire la detta comare tutta affocata, rinchiusa in una misura di grano tutta di foco; ed ello le domanda:

« O comare isventurata e misera, perchè venisti tu in sì crudel tormento? »

Ed ella rispose:

« Imperò che al tempo della gran fame, la quale san Francesco predisse dinanzi, el marito mio e io falsavamo el grano e la biada che vendevamo in la misura, e però io ardo stretta in questa misura».

E dette queste parole l' Angelo che menava questo frate sì lo spinse di fuora della fornace, e poi gli disse:

« Apparecchiati a far uno terribile viaggio, ed quale tu hai a passare».

E costui rammaricandosi dicea:

« O durissimo conduttore, il qual non m'hai niuna compassione; tu vedi ch'io sono quasi tutto arso in questa fornace, e anche mi vuo' menare in viaggio pericoloso e orribile? »

E allora l' Angelo il toccò, e fecelo sano e forte; e poi il menò ad un ponte, dal quale ello non poteva passare senza gran periculo, imperò che el era molto sottil e stretto e molto isdrucciolente e senza sponde da' lati', e di sotto passava un fiume terribile, pieno di serpenti e di dragoni e di scorpioni, e gittava un grandissimo puzzo.

E l' Angelo dissegli:

« Passa questo ponte, chè al tutto ti convien passare».

Risponde costui:

« E come el potra io passare, ch'io non caggia in quel pericoloso fiume? »

Dice l'Angelo :

« Vieni drieto a me, e si metti el tuo piè là ch'io metterò el mio, e così passerai bene ».

Passa questo frate drieto all'Angelo, come gli aveva insegnato, tanto chel giunse a mezzo del ponte; ed essendo così in sul mezzo, l' Angelo si volò via, e partendosi da lui, se n'andò in su un monte altissimo, di là assai da questo ponte. E costui considerò bene el luogo dove era volato l' Angelo, ma rimanendo ello senza guidatore, e reguardando giuso, vedea quelli animali terribili stare coi capi fuor dell'acqua e colle bocche aperte, apparecchiati per mangiarlo sel cadesse; ed ello era in tanto tremore, che per nissun modo ello non sapeva quello chel si facesse, imperò che non poteva tornare indreto nè andare innanzi.

 

Onde vedendosi in tanta tribulazione e che non avea altro rifugio che solo Dio, si s'inchinò e abbracciossi al ponte e con tutto el cuore e con lagrime si raccomandava a Dio, che per la sua santissima misericordia el dovesse soccorrere. E fatta la orazione, li parse cominciare a mettere ale; di che ello con grande allegrezza aspettava ch'elle crescessero per poter volar di là dal ponte, là, ove era volato l' Angelo.

Ma dopo alcun tempo, per la gran voglia che ello avea di passar di questo ponte, si mise a volare, e perché l'ale non erano tanto cresciute, el cadde in sul ponte e le penne gli caddero; di che costui da capo abbraccia il ponte, e come in prima si raccomanda a Dio.

E fatta la orazione, anche li parse rimetter ancora le ale; ma come dapprima non aspettò ch'elle crescessero perfettamente. Onde, mettendosi a volare innanzi tempo, ricadde da capo in sul ponte e le penne gli caddero, di che costui, da capo si abbraccia al ponte e come dapprima si raccomanda a Dio. Per la qual cosa, veggendo che per la fretta ch'ello aveva di volar innanzi tempo el cadeva, cosi el cominciò a dire tra se medesimo:

« Per certo che, s'io metto ale la terza volta, io aspetterò tanto ch'elle saranno si grande ch'io non cascherò più ».

E stando in questo pensiero, ello vede la terza volta rimettere le ale; e aspetta gran tempo tanto ch'elle erano ben grande; e parevagli per lo primo, secondo e terzo a metter ale aver aspettato ben centocinquanta anni o più. Alla perfine ello si leva questa terza volta con tutto el suo sforzo a volito (volo) e si volò in alto infino allo luogo dove era volato l' Angelo.

E bussando alla porta del palagio nel quale ello era, el portinaio il domandò:

« Chi se' tu che se' venuto qua?»

Risponde e dice:

« Io sono frate Minore».

Dice el portinaio :

«Aspett ami, che io ti voglio menare da san Francesco a veder se ti cognosce ».

Andando colui per san Francesco, questo comincia a guardare le mura maravigliose di questo palagio; ed eccoti queste mura parevano tanto lucenti e di tanta chiarità, che vedeva chiaramente i cori de' Santi e ciò che dentro si faceva. E stando costui stupefatto in questo reguardare, ecco venir san Francesco e frate Bernardo e frate Egidio,

(È facile, come più d'uno ha notato, cogliere qui in fragrante il nostro scrittore su uno sbaglio cronologico. Perchè, mentre ha detto più sopra che l'ex-ladrone ebbe la detta visione otto giorni prima della sua morte, la quale cadde 15 anni dopo la sua conversione, quindi al più nel 1228, se si convertì nel 1213, ci presenta qui come già morti frate Bernardo e frate Angelo, il primo dei quali non passò da questa vita che nel 1240 e il secondo nel 1261.)

e dopo san Francesco tanta moltitudine di Santi e di Sante ch'aveano seguitato la vita sua, che quasi parevano innumerabili. Giungendo, san Francesco disse al portinaio:

« Lascialo intrare, imperò chel è de' mie' frati ».

Sì tosto come fu intrato dentro, ello sentì tanta dolcezza, che ello si dimenticò tutte le tribulazioni ch'ello aveva avuto, come se mai non fosseno state. E allora san Francesco, menandolo per dentro, sì li mostrò molte cose maravigliose, e poi si gli disse:

« Figliuolo, el ti conviene ritornar al mondo, e staraivi sette giorni, ne' quali tu ti apparecchiarai diligentemente con ogni divozione; imperò che dopo i sette giorni io verrò da te, e allora tu ne verrai meco a questo luogo de' beati».

Ed era san Francesco ammantellato d'un mantello meraviglioso, adornato di stelle bellissime, e le sue cinque piaghe erano come cinque stelle bellissime, di tanto splendore, che tutto el palagio illuminavano come fanno li raggi del sole. E frate Bernardo aveva in capa una corona di stelle bellissime, e frate Egidio era adornato di maraviglioso lume; e molti altri santi frati tra loro cognoscette li quali in lo mondo non aveva cognosciuti mai.

Licenziato adunqua da san Francesco si ritornò benchè mal volentieri, al mondo.

Destandosi e ritornando in se e risentendosi, li frati suonavano Prima; sì che ello non era stato in quella visione se non da Matutino a Prima, belle che a lui pareva essere stato molti anni. E recitando al suo guardiano tutta questa visione per ordine, infra i sette dì si cominciò ad avere febbre, e l'ottavo dì venne san Francesco, secondo la impromessa, con grandissima moltitudine di gloriosi Santi, e sì menò l'anima sua al regno de' beati di vita eterna. A laude di Cristo. Amen.

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